Il Consiglio Nazionale Slow Food in Sicilia e le Colture Resilienti, un'occasione "mancata"


Oggi sarebbe stato il giorno centrale del consiglio nazionale di Slow Food Italia che dopo circ a 20 anni si sarebbe svolto in Sicilia. Da tempo ci preparavamo a questo evento, epocale per la Sicilia, e a margine dei lavori congressuali, si era scelto come luogo simbolo la spianata dei Megaliti dell’Argimusco, sito magico, in cui si sarebbe svolto un rito propiziatorio, accompagnato da canti antichi siciliani, dedicato alla primavera e al risveglio del pianeta dall’inverno dovuto prevalentemente all’aggressione insostenibile dell’uomo verso il nostro pianeta. Avremmo celebrato le “COLTURE RESILIENTI” con la benedizione di un piccolissimo campo di grano di sementi antiche siciliane, piantato simbolicamente proprio in quella radura. Adesso che tutto questo non si è potuto realizzare, potremmo far diventare ciascuno di noi una “COLTURA RESILIENTE”. Prendiamoci questo tempo come un’opportunità per coltivare dentro di noi la coscienza del rispetto verso la nostra Terra Madre e verso il resto dell’umanità, cominciando proprio da chi ci sta accanto ed estendendola a tutto il nostro prossimo. Un ringraziamento particolare va ad Antonia Teatino che ha realizzato il logo dell’evento, a Patrizia Di Dio, che ha supportato tutta la logistica, a Ciccio Rella che aveva messo a disposizione la sua struttura e soprattutto la sua professionalità, a Salvo Paolo Mangiapane che aveva già predisposto la squadra di supporto per valorizzare il nostro cibo, alle amministrazioni di Montalbano Elicona e Novara di Sicilia che avevano sposato pienamente l’evento, ai referenti dei Borghi più belli d’Italia che rimangono comunque i nostri principali partner, agli sponsor, Blu service, Ecogruppo Italia, per i vini Planeta, Tasca d’Almerita e Foderà, che avevano aderito all’iniziativa, ai componenti del Comitato esecutivo regionale, ai fiduciari Slow Food della Sicilia, a tutti gli amici che in questo periodo hanno supportato l’idea ed a Marcello Mento a cui ho rubato qualche scatto dell’altopiano dell’Argimusco